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Consigli pratici

Perché l’escursionismo può essere rischioso senza preparazione? Le precauzioni sottovalutate dagli esperti

📅 27 Agosto 2026✍️ di Giorgio Careddu⏱️ 6 min di lettura

L’escursionismo rappresenta una delle forme di turismo naturalistico più accessibili e affascinanti, eppure nasconde insidie che molti sottovalutano. In Europa, secondo i dati del settore, gli infortuni in montagna continuano a crescere anno dopo anno, alimentati spesso da una preparazione insufficiente e dalla convinzione errata che basti indossare scarpe da trekking per affrontare qualunque sentiero. Negli ultimi quindici anni, durante le mie traversate a piedi attraverso le aree interne della Sardegna, ho incontrato decine di escursionisti in difficoltà, bloccati da imprevisti che avevano sottovalutato nella fase di pianificazione. Questo articolo nasce dall’esigenza di raccontare quali siano veramente i rischi celati dietro ogni escursione, al di là dei luoghi comuni, per aiutare chi ama avventurarsi in natura a farlo consapevolmente.

La falsa sicurezza dell’esperienza: quando la confidenza diventa pericolosa

Uno dei paradossi più interessanti dell’escursionismo è che il maggior numero di incidenti non riguarda chi esce per la prima volta, bensì chi ha già qualche esperienza alle spalle. Questa dinamica è ben documentata dalle statistiche dei soccorsi alpini. Gli escursionisti con poca pratica tendono infatti a essere più cauti, a consultare mappe, a partire presto, a informare qualcuno dei loro spostamenti. Chi ha fatto dieci escursioni con successo, invece, spesso sviluppa una sorta di immunità psicologica che lo porta a sopravvalutare le proprie capacità.

La montagna e i percorsi selvaggi non seguono una curva di difficoltà prevedibile. Un sentiero che è stato percorribile in primavera può trasformarsi completamente dopo una frana o dopo forti piogge. Le condizioni meteorologiche cambiano in pochi minuti, specialmente nelle aree interne dove i fenomeni atmosferici sono spesso localizzati e improvvisi. Durante una traversata che ho documentato nelle Barbagie qualche anno fa, ho visto come una pioggia intensa durata meno di mezz’ora avesse trasformato un ruscello innocuo in una corrente pericolosa. Quelli che erano passati ore prima hanno potuto attraversare senza problemi; chi è arrivato dopo si è ritrovato bloccato.

La sottovalutazione del rischio aumenta proporzionalmente con la reputazione del percorso. Un sentiero “facile” o “per tutti” diventa nella mente dell’escursionista un luogo dove ogni precauzione è superflua. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità.

Preparazione fisica e riconoscimento dei propri limiti: le precauzioni ignorate

La preparazione atletica per l’escursionismo è un tema su cui esistono linee guida europee ben definite, eppure rimane una delle aree più neglette. Non si tratta di diventare atleti professionisti, ma di comprendere realmente cosa significhi camminare per ore con uno zaino carico su terreno irregolare, spesso in salita, sotto il sole o in condizioni climatiche avverse.

Il classico errore è preparare un itinerario basandosi sul dislivello e sul tempo stimato, poi scoprire durante la marcia che il proprio corpo reagisce in modo molto diverso dalle previsioni. Il caldo accelera l’affaticamento, la disidratazione compromette la capacità decisionale, le gambe stanche aumentano il rischio di cadute. Ho visto escursionisti, nel pomeriggio avanzato, che iniziavano a fare scelte irrazionali: prendere scorciatoie non mappate, affrettarsi pericolosamente, ignorare i segnali di stanchezza estrema.

Le linee guida del Corpo Forestale dello Stato e degli enti di protezione della natura suggerono una preparazione graduale, con uscite progressive che permettano al corpo di adattarsi. Questo significa non iniziare direttamente con percorsi impegnativi, ma fare esperienza su sentieri brevi, per poi aumentare gradualmente distanza, dislivello e difficoltà tecnica. La realtà è che molti saltano completamente questa fase, mossi dall’entusiasmo e dalla convinzione di essere “abbastanza in forma”.

Un aspetto spesso ignorato è la capacità di riconoscere i propri limiti in tempo reale. Non è una debolezza tornare indietro a metà percorso; è una competenza essenziale. Quanti escursionisti continuano a marciare anche quando capiscono che qualcosa non sta andando per il verso giusto? Troppi. La pressione psicologica di aver già camminato a lungo, di non voler “sprecare” lo sforzo fatto, di temere il giudizio altrui, spinge spesso a perseverare oltre il punto di sicurezza.

Equipaggiamento minimale e gestione delle emergenze: cosa nessuno dice

Chiunque sa che bisogna portare acqua e uno zaino durante un’escursione. Ma questa consapevolezza di base masconde una realtà più complessa: molti non sanno realmente cosa significhi affrontare un’emergenza in natura, quando non ci sono negozi, ospedali, segnali telefonici.

L’equipaggiamento minimo richiesto dalle autorità competenti comprende ben più di quanto la maggior parte degli escursionisti realmente porti. Una torcia frontale è tra gli elementi più sottovalutati: quanti partono in mattinata, certi di tornare prima del tramonto, senza porsi il problema di cosa accadrebbe se un infortunio minore li rallentasse? Un’ora di ritardo, un sentiero meno diretto del previsto, e improvvisamente ci si ritrova a camminare al buio.

Le guide sulla Sicurezza in montagna sottolineano l’importanza di una cassetta di primo soccorso appropriata, di materiale di protezione dal freddo anche se il tempo sembra stabile, di mezzi di comunicazione affidabili. In molte aree montane il segnale non è garantito, e un telefono scarico rappresenta un problema reale. Le batterie ausiliarie portatili pesano poco ma possono fare la differenza nella capacità di contattare i soccorsi.

La gestione dell’acqua merita un capitolo a parte. Non basta portarne una quantità fissa: bisogna calcolare il consumo sulla base della temperatura, dello sforzo, dell’umidità. In Sardegna, durante le mie traversate estive, ho visto come il bisogno di acqua salisse verticalmente quando il percorso privo di vegetazione espone direttamente al sole. Finire l’acqua a metà della giornata non è solo sgradevole: è pericoloso, perché compromette la lucidità mentale e la capacità fisica.

Le condizioni ambientali sottovalutate: dalle variabilità del terreno al fattore umano

Il terreno italiano, specialmente quello delle aree selvagge di montagna e di collina, non è sempre stabile. Frane, erosione, radici scoperte creano insidie che i sentieri più noti tendono a nascondere bene, ma che riemergono durante i percorsi meno battuti. La stabilità del terreno viene sottovalutata fino al momento in cui non si scivola o non si cade.

Altrettanto importante è il fattore umano: la decisione di escursioni in gruppi eterogenei, dove alcuni hanno molta esperienza e altri poca, crea dinamiche pericolose. Chi ha esperienza tende a trascinare gli altri oltre i loro limiti; chi ha poca esperienza tende a fidarsi ciecamente, senza fare domande. La comunicazione chiara sulle aspettative, sulla difficoltà reale del percorso, sulla capacità individuale di ciascuno, è raramente il protagonista delle conversazioni iniziali.

La letteratura sul turismo naturalistico sostenibile sottolinea come la preparazione del gruppo sia altrettanto importante quanto quella individuale. Non è sufficiente che una persona sappia cosa fare; tutti devono essere sulla stessa pagina.

Come preparare un’escursione responsabile

La conclusione pratica di questa analisi è che l’escursionismo responsabile richiede un cambio di mentalità. Non è una questione di dotarsi dell’attrezzatura più costosa o di affidarsi a guide professioniste, sebbene questi siano elementi positivi. Si tratta piuttosto di riconoscere che ogni escursione è un progetto che merita pianificazione, studio, preparazione graduale.

Consultare mappe dettagliate, leggere resoconti di chi ha recentemente percorso lo stesso sentiero, verificare le previsioni meteo non solo per il giorno dell’escursione ma per i giorni precedenti che potrebbero aver compromesso il terreno, informare qualcuno dell’itinerario e dell’ora prevista di ritorno: questi sono gli elementi fondamentali. Aggiungere margini di sicurezza nei tempi stimati, portare sempre più acqua di quella che si pensa di consumare, partire presto per avere ore di luce sufficiente: sono precauzioni minimali.

La consapevolezza del rischio non deve eliminare il piacere dell’avventura. Piuttosto, trasforma il piacere in qualcosa di più profondo: la gioia consapevole di muoversi in nature selvaggia con il pieno controllo delle variabili in gioco. È in questo spazio, tra l’entusiasmo e la prudenza, che l’escursionismo diventa veramente trasformativo.

Giorgio Careddu

Originario della Sardegna, Giorgio ha attraversato a piedi le aree interne dell’isola e dormito sotto le stelle tra le sugherete. Scrive di percorsi selvaggi tra mare e montagna e consiglia itinerari per chi ama l’avventura lontano dai circuiti turistici tradizionali.