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Ascoltare la natura durante il trekking: racconti e tecniche per vivere un viaggio multisensoriale che pochi sperimentano davvero

📅 18 Agosto 2026✍️ di Rosa Granzotto⏱️ 7 min di lettura

All’alba, sul sentiero che sale da Timau verso le creste delle Alpi Carniche, ho chiesto al gruppo di fermarsi. Non c’era vento, solo una lama di luce che scivolava tra i larici. Tenevo il respiro come si fa davanti a un bicchiere colmo fino all’orlo, e in quel silenzio si è fatto strada un suono sottile, quasi invisibile: l’acqua che, più in basso, cambiava ritmo tra i sassi del Rio Fontanone. È così che comincia il vero ascolto in montagna, quando il passo si ritira un momento e la valle parla. Ho imparato queste pause anni fa, sulle malghe delle Dolomiti, seguendo le tracce non solo con gli occhi ma con le orecchie, e da allora ogni cammino è diventato un viaggio che attraversa più sensi di quanti ne sapessi nominare.

Una soglia sonora tra bosco e roccia

La montagna ha confini invisibili che si riconoscono dall’orecchio. Entrare in un bosco di faggi dopo una radura è come cambiare stanza: il suono si fa ovattato, il fruscio delle foglie cade da sopra la testa e le distanze si accorciano. Salendo di quota, verso i mughi, i rumori si spostano più in basso, le voci dei compagni rimbalzano sui costoni e persino il proprio respiro, tra gola e narici, sembra amplificarsi. Ho imparato a leggere questi passaggi per orientarmi quando la traccia sbiadisce: il torrente che si fa lontano indica un dosso raggiunto; il ritorno del suo rombo, come un tamburo cupo, racconta di una gola vicina. Nelle giornate terse, il ruggito sommesso di un elicottero di soccorso arriva prima della sua ombra; in quelle velate, è il colpo secco di una pietra che scivola a tradire un camoscio in movimento, molto prima che la cresta ce lo mostri.

Non è stregoneria, è abitudine al ritmo del luogo. Un passo rallentato, un minuto fermo ogni quarto d’ora, l’orecchio libero da cuffie e distrazioni. Così emergono voci che altrimenti si perdono: il picchio nero che scava lontano, lo scricchiolio della neve primaverile che cede di poco, promesse e avvisi che fanno della sicurezza una pratica concreta, non una parola d’ordine vuota.

Tecniche semplici per un ascolto profondo

Ci sono gesti minimi che cambiano il cammino. Il primo è la sosta attiva: quando il sentiero si allarga, mi fermo e chiudo gli occhi. Porto le mani a conca dietro le orecchie, come due piccole parabole, e ruoto lentamente il capo. È un gioco serio: si allarga il cono acustico, si cattura la direzione dei suoni, si distingue un ronzio che è ape da un volo che è tafano. Con i gruppi chiedo un “minuto muto”: nessuno parla, ognuno conta fino a sessanta sul proprio respiro e annota mentalmente tre suoni che prima non c’erano. La sorpresa è costante, e alla ripartenza il passo ha un’altra misura.

La seconda tecnica è ascoltare la differenza tra suolo e suola. La ghiaia asciutta canta, la terra bagnata sospira, il prato alto stropiccia. Non è poesia: su un traverso esposto, il ritmo delle proprie scarpe segnala se si sta caricando troppo l’esterno del piede; su una pietraia, avverte quando un masso è instabile. Di notte, durante le traversate estive verso un bivacco, questo dialogo tra battito di passi e risposta del terreno diventa bussola: se il suono si fa vuoto, forse c’è una cavità o una placca liscia su cui non fidarsi.

Infine, la tecnica dell’orecchio alternato. Per affinare la direzione, tappo con delicatezza un orecchio per pochi secondi e ascolto con l’altro, poi inverto. È un trucco imparato da un vecchio guardiaboschi della Val Pesarina: il cervello “misura” lo scarto e la provenienza del suono diventa più netta. Funziona con l’acqua che scorre, con la voce di qualcuno che chiama dall’altra sponda, con un temporale che monta dietro il crinale. A patto di rispettare il luogo e non forzare la scena: la natura non si lascia strattonare.

Dai suoni all’orientamento: sicurezza che nasce dall’attenzione

Ho accompagnato decine di gruppi tra settembre e ottobre, quando i boschi delle Dolomiti si riempiono di turisti e le valli laterali si svuotano. Il rischio, in questa stagione, è di affidarsi alle foto più che al contesto. Ma ascoltare aiuta a stare nel reale. Se il vento arriva frontale e asciuga la fronte, è probabile che la dorsale apra più avanti. Se porta l’odore di resina fresca, forse siamo vicini a un taglio di legname e conviene valutare una variante. La sicurezza è anche saper leggere i toni del cielo: il tuono che rimbomba lungo la valle annuncia un temporale che corre sul fondo; quello secco, quasi metallico, è più vicino alla cresta. Ricordarlo evita di sottovalutare la distanza quando i nuvoloni si imbiancano al pomeriggio.

Questa educazione all’ascolto si intreccia con le norme e la tutela dei luoghi che calpestiamo. Le Alpi non sono un parco giochi, sono un mosaico di habitat protetti, pascoli vivi e boschi lavorati. Camminiamo dentro una rete di aree tutelate come Rete Natura 2000, che chiede rispetto anche acustico: evitare schiamazzi vicino ai siti di nidificazione, moderare la voce all’alba, non avvicinare gli animali con richiami improvvisati. Sono gesti minuti che tengono insieme la nostra esperienza e la salute di chi qui abita da sempre.

Cucina di quota e incontri: come il gusto amplifica l’ascolto

Nelle mie traversate stagionali faccio soste in malghe dove il formaggio profuma ancora di erbe alte. Lì, tra un assaggio di montasio fresco e una fetta di polenta che fuma piano, il dialogo con la valle si completa. Mangiare ciò che nasce in loco, bere un bicchiere d’acqua di fonte o una tisana di pino mugo, accorda l’orecchio su una frequenza che non è più solo turistica. Il gusto richiama il paesaggio e l’ascolto si fa più sottile. Dopo un piatto di orzotto alle erbe di prato, il pomeriggio scorre lento e i rumori si distendono: il ronzio lontano di un teleferico, il richiamo delle mucche che scendono alla vasca, la risata asciutta del vento tra i pali del recinto.

Incontro spesso artigiani del legno e casari che mi insegnano a capire l’ora non dall’orologio, ma dalla temperatura della voce della valle. Al mattino presto, l’ombra è una coperta e i suoni restano bassi; a tarda mattina si sollevano come polline. Un intaglio ben fatto, mi ha detto una volta un vecchio scultore di Sappada, si riconosce anche a occhi chiusi dal fruscio regolare dello scalpello. Lo stesso vale per il cammino: quando il passo è giusto, suona in un certo modo. Questi incontri non sono folklore, sono lezione di metodo. Il turismo slow vive di questa trama minuta di saperi, che lega cucine, botteghe, sentieri, e trasforma l’itinerario in una relazione.

Educare i sensi, alleggerire il passo

Nelle giornate di nebbia, quando il panorama si chiude, si apre lo spazio del vicino. Lì l’orecchio diventa il nostro grandangolo. Attendo qualche secondo in più sotto a un larice per ascoltare la caduta di una goccia, seguo il suo ticchettio sulla giacca, regolo la cadenza. Il risultato è un affaticamento minore, perché il corpo smette di lottare contro la montagna e comincia a danzare con lei. Anche l’olfatto aiuta: il profumo acre del fieno tagliato avverte di un prato in pendenza dove l’erba può essere scivolosa; quello dolce del rododendro segnala suolo acido e rifugi di insetti. I sensi, quando lavorano insieme, liberano gli occhi dall’ansia della prestazione.

C’è un’etica in questo allenamento: l’attenzione è una forma di cura. La pratica di Leave No Trace non è solo raccolta dei rifiuti o rispetto dei sentieri, è anche silenzio consapevole, rinuncia alla musica alta, sosta breve dove il terreno è fragile. Ho visto marmotte tornare a fischiare dopo pochi minuti di quiete, ho sentito un gallo forcello rispondere timido all’alba quando il gruppo, senza che glielo chiedessi, aveva smesso di parlare. Non serve molto: basta capire che il nostro passaggio è un racconto dentro un racconto più grande.

Ritornare con storie che suonano vere

La sera, quando la luce s’indora e la pioggia diurna asciuga le cortecce, mi piace sedermi vicino a una fontanella di pietra. Ricordo i passi fatti e quelli evitati, i suoni distinti e quelli mancati. Ogni cammino, se ascoltato, restituisce storie non rumorose ma precise: la prima acqua captata all’uscita del bosco, il colpo di un sasso scivolato sotto il martello di un muratore di baita, la risata lontana di due bambini sulla strada sterrata. È un giornalismo intimo, un taccuino di campo che si scrive con orecchie, naso e piedi. E quando rientro, le parole non servono a convincere: raccontano semplicemente ciò che ha suonato vero.

Questa mattina di cui vi parlavo, sulle creste carniche, il gruppo ha imparato la lezione del silenzio utile. Abbiamo varcato una soglia sonora senza accorgercene: oltre i larici, oltre il respiro affannato della prima salita, oltre l’ansia delle foto. Lì, mentre l’acqua cambiava ritmo tra i sassi, ho visto negli sguardi una calma nuova. Siamo ripartiti con lo stesso paesaggio, ma con orecchie più grandi. E la valle, come capita a chi si fa ascoltare davvero, ci ha detto molto più di quanto avessimo chiesto.

Rosa Granzotto

Rosa ha trascorso buona parte della vita esplorando le Dolomiti e accompagnando gruppi nelle Alpi Carniche. Specializzata nel turismo slow, racconta le sue traversate stagionali e condivide suggerimenti pratici per vivere la natura anche attraverso cucina tipica e incontri con artigiani locali.