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Sentieri vista mare sulla Riviera di Levante: tappe imperdibili che offrono emozioni inaspettate tra scogliere e boschi

📅 20 Agosto 2026✍️ di Rosa Granzotto⏱️ 6 min di lettura

L’alba, qui, arriva con un fruscio tiepido di mare e di lentisco. Ero appena sopra Punta Manara, uno di quei belvedere che sanno tenere insieme il respiro del bosco e l’azzurro totale, quando dal versante di Sestri è salito l’odore del pane e della focaccia. Ho passato molte stagioni sulle creste dolomitiche, ma è sempre il mare, quando spunta tra i lecci, a sorprendermi come la prima volta.

La Riviera di Levante si offre così, per contrasti: scogliere d’ardesia che precipitano, muretti a secco a gradinare i pendii, sentieri che s’intrecciano alle vie degli uomini da secoli. Camminarci è un esercizio lento, quasi musicale. Si va tra terrazze d’ulivo e scorci d’acqua, si entra nel bosco e si esce su un promontorio, si scivola nei borghi dove una signora, se capisce che vai a piedi, ti mette in mano una fetta di torta di riso “per la salita”.

Tra Monterosso e Vernazza, il respiro delle Cinque Terre

C’è un’ora, tra mattino e tarda mattina, in cui la luce su Vernazza vira al miele e il sentiero si fa narratore. La costa qui è una lezione di equilibrio: vigne sospese, gradoni cesellati a colpi di pazienza, carrugi che profumano di acciughe e basilico. Dal ciglio, il mare raddoppia il cielo; alle spalle, i filari raccontano la tenacia dei contadini che hanno inventato un paesaggio.

Tra Monterosso e Corniglia, passando per Vernazza, i passaggi sono spesso stretti, a gradoni, con appoggi che ricordano le mulattiere di montagna. Io preferisco muovermi fuori stagione, quando il silenzio lascia spazio al rumore dei passi e al cicaleccio degli attrezzi tra i vitigni. Il bello è fermarsi, accanto a un muro di pietra scaldata dal sole, e immaginare la vendemmia e il profumo dello Sciacchetrà che riposa.

Alcuni tratti possono subire chiusure temporanee per lavori o dissesti. È prudente verificare la situazione aggiornata e ascoltare i consigli dei volontari e dei guardiaparco: la costa è viva, come sanno bene i borghi che fanno parte della Rete Natura 2000. La fragilità del territorio è parte della sua bellezza, e camminarvi significa anche rispettarne il ritmo.

Portofino e San Fruttuoso, dove il bosco sfiora il blu

Il promontorio di Portofino ha l’eleganza di una penna stilografica: tratto deciso, inchiostro cobalto. Dal borgo, salendo verso Pietre Strette, il sentiero entra in una cattedrale di lecci e corbezzoli. È un’ombra buona, balsamica. Arrivando a San Fruttuoso, l’abbazia si svela d’improvviso come un miraggio di pietra, e la cala pare disegnata per i registi della luce.

Qui i percorsi sono vari, dall’impennata rocciosa della via delle Batterie all’andamento più gentile che abbraccia Punta Chiappa. Quando decido per l’anello che scende all’abbazia e risale verso Base 0, porto con me la lentezza delle alte quote: passo corto, sguardo attento, pause brevi ma piene. Il mare, sotto, ha la grammatica delle increspature. In superfice fili di gabbiani, in profondità il Cristo degli Abissi che vigila come un pensiero buono.

Nei giorni limpidi, la sosta a Camogli è un rito. Focaccia calda, una fetta di torta pasqualina, due olive come punti interrogativi nel pomeriggio. Qui il gusto è il compagno naturale del cammino, e si capisce presto che non si tratta di premio, ma di una parte del viaggio: il sale sulle dita è la memoria della scogliera che abbiamo sfiorato.

Punta Manara, la terrazza gentile tra Sestri Levante e Riva Trigoso

Se cerco una misura umana, fatta di respiro e vedute morbide, torno a Punta Manara. Il tracciato sale tra sassi chiari e lentischi lucenti, poi apre sul mare in un gesto largo. In certe mattine incontro un pescatore in rientro; ci scambiamo due parole, io chiedo del vento, lui guarda le mie scarpe e sorride: “Ha scelto bene l’ora”. E in quello scambio c’è tutto il Levante.

Il sentiero, qui, è scuola di botanica. Il mirto scrive il margine, i cisti punteggiano di rosa, i pini piegano dove l’aria decide. Mi fermo al vecchio castrum, i resti parlano piano, ma si capisce che l’uomo di mare ha sempre avuto bisogno di vedere lontano. Scendere verso Riva Trigoso è una carezza di luce: si sente il ritmo metallico dei cantieri, poi torna la marea a raccontare le ore.

Levanto, Bonassola, Framura: corridoi di roccia e di luce

Levanto è una soglia. Da qui si può scegliere l’antica ferrovia, oggi passeggiata d’ombra e mare, con gallerie fresche e schiarite improvvise su baie verdi. È un cammino quasi meditativo: il passo si allunga, la mente si ordina, e a Bonassola una granita al limone rimette in riga le idee.

Per chi vuole un’andatura più selvatica, la cresta tra Levanto e Monterosso è un alternarsi di bosco e balconi sul blu. Gli ulivi scompigliano il vento, i muretti segnano a piccoli capitoli la storia agricola. Ricordo un tramonto arancione, la luce che sfumava sulla scia dei traghetti, e il suono lontano dei campanili che faceva da metronomo alle ultime curve.

Stagioni, attenzioni e sapori: un’arte del passo

Questa costa chiede discrezione. I tracciati, talvolta poveri d’ombra, sanno diventare severi con il caldo. Io preferisco la primavera che profuma di ginestre e l’autunno con le sue arie trasparenti. In estate, la partenza all’alba non è un vezzo ma una necessità: acqua abbondante, cappello, rispetto del sole. La roccia, esposta, si scalda prestissimo e il passo può farsi pesante.

La stessa cura vale per il terreno. Dopo un temporale, la scarpata può farsi trepida e scivolosa. In un paesaggio lavorato dall’uomo e dal mare, la regola è farsi leggeri: restare sul sentiero, non improvvisare tagli, considerare che la Erosione costiera non è un’astrazione, ma una forza che ridefinisce ogni stagione il bordo tra terra e acqua.

Per muoversi, il treno è un alleato prezioso. Le stazioni scandiscono il cammino come fermate di un racconto, e offrono vie di fuga nel caso la stanchezza sorprenda. Nei periodi di maggior afflusso, una carta servizi può semplificare gli accessi ai sentieri e alle navette locali. In mare, i battelli aiutano a stringere itinerari ad anello, regalando la prospettiva dal largo: lo stesso promontorio, visto due volte, è un altro promontorio.

C’è poi la cucina, che in Liguria è racconto di economia e di luce. Trofie al pesto tirate a mano, acciughe di Monterosso che sanno di pesca notturna, farinata con quella brunitura che ricorda i legni di prua, focaccia di Recco che è una carezza salata. E un bicchiere di Vermentino o di Bianchetta, per misurare il vento col palato e dare un nome alla sera.

Un consiglio che viene dalla montagna: ascoltate il vostro ritmo. Non c’è fretta, qui. Ogni borgo è un invito a ritardare, a sedersi su una panchina, a lasciar passare un treno per il gusto di farlo. Io, quando posso, mi fermo nelle ore mezzane, quando i vicoli si svuotano e il mare torna a essere un dialogo privato con la costa. Il tempo che si guadagna è quello che non si corre.

Infine, una piccola etica del cammino. Portate via i rifiuti, evitate i rumori superflui, trattate i muretti come si trattano i libri antichi: con cura e con mani pulite. Quel che vediamo non ci appartiene; è un lascito, e il nostro passaggio dev’essere un ringraziamento. Sarà il mare, la notte, a fare il resto, rimettendo ogni cosa al suo posto.

Quando la luce scivola via e resta il blu profondo, ripenso alla prima ora del mattino su Punta Manara. Il profumo del lentisco, il pane che veniva dal paese, il pescatore che mi ha dato il meteo in tre parole. Camminare qui è questo: una somma di dettagli che fanno intero il paesaggio. Ci si alza presto, si guarda lontano, si torna piano. E tra scogliere e boschi si trova, inattesa, la misura giusta del respiro.

Rosa Granzotto

Rosa ha trascorso buona parte della vita esplorando le Dolomiti e accompagnando gruppi nelle Alpi Carniche. Specializzata nel turismo slow, racconta le sue traversate stagionali e condivide suggerimenti pratici per vivere la natura anche attraverso cucina tipica e incontri con artigiani locali.