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Consigli pratici

Come evitare di perdersi in montagna? Il metodo pratico che anche i più distratti possono seguire

📅 21 Agosto 2026✍️ di Rosa Granzotto⏱️ 5 min di lettura

Mi trovo spesso di fronte a domande inquiete da parte di escursionisti che tornano dalla montagna con il cuore ancora accelerato. “Rosa, se non avessi riconosciuto quella radura, avrei continuato dritto per chissà dove.” Queste confessioni, sussurrate tra una tazza di tè e l’altra nella mia piccola baita sopra Selva di Val Gardena, mi hanno insegnato che perdersi in montagna non è una questione di sfortuna, ma di metodo. E il metodo giusto, fortunatamente, non richiede doti particolari di orientamento innato—lo possono seguire anche i più distratti.

Ho imparato questo insegnamento attraverso quarant’anni di camminate nelle Dolomiti e nelle Alpi Carniche, accompagnando persone di ogni genere e preparazione. Non è stato uno dei miei primi trekking estivi a insegnarmi, bensì una giornata di settembre quando, ancora giovane, decisi di improvvisare una scorciatoia e finii per salire sul versante sbagliato di una valle. Quella volta tornai a casa quando era quasi buio, e con me portai una lezione preziosa: la sicurezza in montagna non nasce da intuizioni, ma da abitudini consolidate.

L’arte di pianificare prima di partire

La prima regola, quella che sembra ovvia ma che molti trascurano, è banale eppure essenziale: conoscere il percorso prima di intraprenderlo. Non parlo di studi enciclopedici, ma di semplicità pratica. Prendo la carta topografica, la stessa che mio nonno usava sessant’anni fa, e la esamino dalla poltrona di casa, tracciando mentalmente ogni curva, ogni bivio, ogni punto di riferimento visibile.

La Carta topografica non è un pezzo di carta da collezionare: è una conversazione silenziosa con il terreno che stai per percorrere. Individuo i punti critici—i bivi dove è facile sbagliare, i salti di quota importanti, i fiumi da attraversare. Scrivo su un quadernetto, quasi come fosse un diario di viaggio prima del viaggio. Annotazioni brevi: “dopo il rifugio, il sentiero svolta a destra verso il crinale”, oppure “la sorgente d’acqua è a circa venti minuti dal punto di sosta”. Questi dettagli, letti seduta nella pace domestica, diventano automatismi corporei una volta in cammino.

Poi chiedo consiglio a chi conosce il sentiero. Una telefonata al gestore del rifugio, qualche riga scambiata con altri escursionisti online, un incontro casuale al bar con qualcuno che ha percorso quella via. Ogni voce aggiunge tasselli al puzzle. “Attento, la marcatura gialla è poco visibile tra il bosco di larici”, oppure “quando piove, quel tratto diventa scivoloso”. Non ignoro nessuna segnalazione.

I tre strumenti indispensabili per non perdere l’orientamento

Nel mio zaino, accanto alla merenda e al maglione di riserva, ci sono sempre tre cose: la carta topografica, una bussola analogica e il buon senso. Non mi fido ciecamente del GPS dello smartphone—l’ho visto spegnersi e perdere segnale troppe volte tra le pareti rocciose delle Tre Cime. La bussola, invece, non si scarica mai e non mente.

Insegno a tutti i miei compagni di trekking come usarla. Non è difficile. Orienti la carta secondo i punti cardinali, tracci una linea immaginaria tra la tua posizione attuale e la destinazione, posizioni la bussola su quella linea, e giri l’intera carta finché l’ago della bussola non coincide con le linee magnetiche della carta stessa. Fatto. Ora conosci la direzione esatta in cui muoverti, indipendentemente da nuvole, nebbia o confusione mentale.

Ma lo strumento più sottovalutato è la semplice osservazione. Prima di iniziare, guardo il panorama e memorizzo i punti di riferimento visibili: quella cresta rocciosa a est, il bosco di conifere a sud, la parete chiara del versante opposto. Durante il cammino, controllo periodicamente che questi punti rimangono dove dovrebbero essere, relativamente alle mie posizioni successive. Se la cresta rocciosa che dovrebbe stare a est finisce per trovarsi a nord, qualcosa è andato storto e devo correggere la rotta immediatamente.

Le trappole mentali che trasformano un’escursione in un’odissea

Ho osservato che perdersi non è un evento improvviso, ma una serie di piccole decisioni sbagliate che si accumulano. La prima trappola è l’ottimismo eccessivo. Vedi un sentiero che sembra andare nella giusta direzione e pensi: “Seguirò questo un po’ più in là, tanto vedrò dove va”. Questo “un po’ più in là” diventa un chilometro, poi due, e quando ti accorgi che la destinazione non è apparsa, sei già troppo lontano.

La seconda trappola è la distrazione. Uno splendido panorama, un fiore raro che fotografare, la conversazione interessante con un compagno. Non c’è nulla di male in questi momenti, ma devono interrompersi periodicamente per controllare dove siamo. Mi fermo ogni venti minuti circa, consulto la carta, verifico la posizione sulla cartografia e il progresso complessivo. È un’abitudine che, ripetuta centinaia di volte, salva vite.

La terza trappola è l’orgoglio. Molti escursionisti, accorgendosi di aver sbagliato strada, continuano per non ammettere l’errore. “Forse il sentiero gira più avanti”, si dicono, sperando che il terreno si sistemi. Io invece ho imparato a fare marcia indietro al primo dubbio. Perdere dieci minuti a tornare indietro è sempre meglio di passare tre ore per territorio sconosciuto.

Il ruolo cruciale della comunicazione e della documentazione

Prima di partire per qualsiasi escursione, comunico il mio piano a qualcuno. Non drammaticamente, ma fattualmente. Dico dove vado, che percorso intendo seguire, e quando penso di rientrare. Se qualcosa andasse storto, almeno qualcuno saprebbe dove cercarmi e potrebbe allertare i soccorsi. Non è una paranoia, è responsabilità verso chi mi ama e verso chi, in caso di necessità, dovrebbe organizzare ricerche.

Pozzo della Memoria, come lo chiamo io nei miei quaderni di viaggio, è il semplice atto di registrare ogni dettaglio di un percorso appena completato. Foto dei bivi critici, annotazioni su tempi reali di percorrenza, segnalazioni di parti deteriorate. Questo diario diventa una risorsa preziosa se ripercorro lo stesso sentiero mesi o anni dopo, o se devo consigliare altre persone.

La montagna non è nemica, ma nemmeno un parco dove le sorprese sono solo piacevoli. Merita rispetto, preparazione e una buona dose di umiltà. Quando segui il metodo—pianificazione attenta, strumenti affidabili, osservazione costante e comunicazione preventiva—la bellezza del cammino emerge senza l’ansia di sperdimento. E allora sì, la montagna diventa quello che dovrebbe essere: un luogo dove la mente si libera perché il corpo sa esattamente dove sta andando.

Rosa Granzotto

Rosa ha trascorso buona parte della vita esplorando le Dolomiti e accompagnando gruppi nelle Alpi Carniche. Specializzata nel turismo slow, racconta le sue traversate stagionali e condivide suggerimenti pratici per vivere la natura anche attraverso cucina tipica e incontri con artigiani locali.