Come superare la fatica mentale sui cammini lunghi? Il racconto di chi ce l’ha fatta e i trucchi sorprendenti per non mollare

Durante una spedizione di birdwatching lungo l’Appennino tosco-romagnolo mi è capitato di recente di ritrovarmi al chilometro 28 di una traversata di tre giorni totalmente svuotato. Non era una questione di gambe affaticate: il corpo reggeva bene. Era la testa che non ne voleva più. Quel vuoto mentale, quella sensazione di non riuscire a mettere un piede davanti all’altro non per ragioni fisiche ma psicologiche, è qualcosa che capita a molti escursionisti su cammini lunghi. E non se ne parla mai abbastanza.
Da quindici anni frequento i sentieri della nostra regione, e ho capito che la fatica mentale è il vero nemico dei trekking prolungati. Più che le distanze, sono i giorni consecutivi, la monotonia, la privazione del comfort e l’incertezza a logorare il cervello. Ma esiste un modo per attraversare questo muro, e non è affatto magico: è solo questione di strategia e di consapevolezza.
Il muro mentale non arriva quando pensiamo
Il primo errore che commettono i camminatori inesperti è credere che il crollo psicologico coincida con l’affaticamento fisico. Non è così. Ho visto persone solide, atleti della domenica, abbandonare dopo quattro giorni in montagna mentre anziani in buona salute cardiovascolare proseguivano serenamente per due settimane.
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Si può fare trekking nelle riserve naturali senza guida? Ecco le regole da seguire per evitare multeLa fatica mentale ha dinamiche diverse. Arriva quando il cervello non riesce più a gestire l’accumulo di piccoli stress quotidiani: il freddo alla mattina, la noia della ripetitività, l’assenza di doccia, il cibo monotono, la solitudine o al contrario la costrizione forzata con gli stessi compagni. Dipende dalla persona. Il mio collega Marco, ornitòlogo appassionato come me, crolla sempre attorno al terzo giorno per ragioni nascoste che nemmeno lui riconosce a priori. Io instead resisto bene i primi sei giorni, poi ho bisogno di una pausa psicologica.
Quando riconosci il pattern personale, hai già vinto metà della battaglia. Inizia a tenere un diario dopo ogni trekking: annota il giorno in cui la motivazione è calata e cosa stavi facendo. Dopo tre uscite avrai una mappa mentale affidabile.
I trucchi che funzionano davvero sul campo
Non mi piacciono i consigli New Age sulla meditazione quando sei a 1800 metri sotto la pioggia. Preferisco soluzioni concrete, testate personalmente su decine di escursioni nelle riserve regionali tra Emilia e Marche.
Il primo trucco è frammentare il cammino con microobiettivi. Invece di pensare “oggi ne ho ancora per 20 chilometri”, spezza la tappa in tre sessioni di sei-sette chilometri. A metà di ogni sessione fermati dieci minuti, anche se non hai fame. L’importante è interrompere il ritmo. Questo accorgimento ha a che fare con la Neuroplasticità|neuroplasticità del cervello: la novità, anche minima, accende circuiti diversi e contiene l’usura cognitiva.
Secondo consiglio: prepara una lista di “piccole vittorie” prima di partire. Non è motivazionismo da calendario. È pratica. Se decidi in anticipo che avrai vinto il giorno quando avrai fotografato tre specie di uccelli rari, o quando avrai raggiunto una specifica fonte di acqua fresca, il tuo cervello ha un bersaglio. L’assenza di obiettivi è il vero killer dei cammini lunghi.
Terzo: il cibo conta più di quanto crediamo. Un pranzo noioso a base di cracker e formaggi preconfezionati abbassa lo stato d’animo in modo scientifico. Mi porto sempre un elemento di sorpresa: una piccola scatola di pepe rosso, o del peperoncino secco. Una porzione di pasta al dente con un condimento diverso dal solito cambia completamente la percezione del pomeriggio che segue.
Quarto: parla con te stesso. Molti considerano strano monologare mentre si cammina. Io lo faccio da anni, soprattutto quando il morale cala. Mi racconto cosa sto osservando intorno, quello che vedrò domani, una storia inventata. Il flusso di parole tiene il cervello impegnato e riduce la ruminazione negativa.
L’errore di sentirsi deboli
Un lettore mi ha scritto tempo fa: “Claudio, mi sento fallito quando dopo 50 chilometri ho voglia di fermarmi. Gli altri continuano”. Questa è la trappola mentale più profonda.
La resistenza psicologica non è democratica. Dipende da fattori che nemmeno la psicologia dello sport sa misurare completamente: la storia personale, lo stress pregrasso accumulato, lo stato ormonale, il contesto della vita quotidiana. Chi ha finito da poco una relazione complessa, o gestisce stress lavorativo intenso, arriverà al limite mentale prima. Non è debolezza. È fisiologia.
Quando senti il muro, la strategia è accettarla. Non combattere. Ho imparato a riconoscere i segnali: occhi che bruciano, irascibilità improvvisa, perdita di curiosità verso l’ambiente circostante. A quel punto, non mi forzo. Cerco una base ragionevole, mi riposo mezzo giorno, dormo bene, e il giorno dopo il cervello si è rigenerato. Saltare una tappa non è fallire. È sopravvivenza intelligente.
Durante le spedizioni nelle riserve tra Castel d’Aiano e Gola della Rossa con i gruppi locali di sensibilizzazione ambientale, ho visto escursionisti che si ostinavano a proseguire per orgoglio e finivano per fare scelte pericolose: saltare equipaggiamento, perdere concentrazione sui passaggi tecnici, cadere. Una giornata di riposo preventiva non costa nulla. Una distorsione alla caviglia toglie tre settimane di escursioni.
Il segreto è costruire una filosofia personale del cammino che non riguarda i chilometri, ma la qualità dell’esperienza. Quelli che godono davvero dei trekking lunghi non sono i più veloci. Sono quelli che hanno accettato il proprio ritmo e hanno imparato a riconoscere il confine tra la fatica produttiva e l’auto-sabotaggio.
Quando salirai sul prossimo cammino lungo, non portare solo acqua e frutta secca. Porta consapevolezza sui tuoi limiti reali, la capacità di ascoltare i segnali della tua mente e il permesso di rallentare quando serve. Questo sì che è il trucco per arrivare in fondo.
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